25 maggio 2011

Meditazione senza aspettativa

Un vecchio nomade Khampa era da poco rimasto vedovo. Aveva dato moglie ai suoi figli, era stanco di seguire la transumanza delle mandrie, non si aspettava più niente da questo mondo impermalente e desiderava ardentemente preparare la sua vita futura. Nel suo accampamento giunse la notizia che un grande lama stava attraversando gli altipiani desertici del Kham, distribuendo benedizioni ed insegnamenti. Il vecchio decise subito di raggiungere il bivacco del sant’uomo.
Dopo aver fatto la fila, le prosternazioni d’uso e avere offerto burro e turchesi, il nobile poté porre la sua domanda: «Venerabile maestro, vorrei dedicare il resto della mia vita al Dharma nella speranza di raggiungere il Risveglio e di aiutare gli esseri nella mia prossima reincarnazione. Mi potresti iniziare alla pratica della dottrina?»
Percependo in lui una sincera motivazione, il lama gli impartì le sue istruzioni. Gli disse di ritirarsi in una grotta per visualizzare il suo yidam, la sua deità di meditazione, e gli insegnò il mantra corrispondente. Aggiunse che se avesse praticato con fiducia, forse avrebbe raggiunto la Liberazione in questa vita e, tramite la grazia della compassione, non avrebbe tardato ad alleviare le sofferenze dei suoi simili.
Dopo dieci anni di assidua meditazione, solo tra le rocce, il vecchio Khampa non aveva ancora raggiunto l’Illuminazione. Uno dei suoi figli, che di tanto in tanto lo approvvigionava, gli disse che quel celebre lama, nuovamente di passaggio nella provincia, si era accampato non lontano da lì. L’eremita lasciò la caverna e si recò a chiedere consiglio al suo maestro.
«Preziosissimo guru, ho meditato per dieci anni seguendo le tue istruzioni, ma non ho ancora raggiunto il Risveglio. Forse ho commesso qualche errore nella pratica?»
Il lama gli domandò quale iniziazione gli avesse conferito, e quando il vecchio discepolo gliel’ebbe ricordato, si grattò la fronte e dichiarò: «Forse lo sbaglio è stato mio: evidentemente era una pratica che per te non andava bene. Non vedo alternative da proporti in cambio, a parte il fatto che, alla tua età, è troppo tardi per cominciare un altro tipo di meditazione. Ma anche se non raggiungerai l’Illuminazione in questa vita, ti sei comunque guadagnato dei meriti per la tua vita futura.» E, nel congedarlo, il lama gli impartì la propria benedizione.
Il vecchio Khampa tornò al suo eremo con la morte nel cuore. Sedette sul suo sedile di meditazione e, disincantato, lasciò errare lo sguardo sulle pareti della caverna, sul suo pagliericcio, sulla brocca e sulla lampada a burro, accanto ai quali aveva trascorso dieci anni di quella sua miserabile esistenza senza riuscire a raggiungere il suo scopo. Frastornato per l’inutilità di tanti sforzi, scosse il capo, e senza più nulla sperare da questa vita, senza più nulla attendersi dalla pratica, chiuse gli occhi. In quel momento, conobbe l’Illuminazione.
Percependo chiaramente la realtà dei tre mondi, il cuore colmo di compassione, abbandonò l’eremo e tornò a vivere presso i suoi simili. Dedicò i suoi ultimi anni al servizio di tutti gli esseri senzienti. Grazie ai suoi consigli e alle sue preghiere alleviò a molti le sofferenze del corpo e del cuore, guidandone alcuni sui sentieri del Dharma. Nel suo insegnamento, non esitò a ricorrere ad abili mezzi, come il suo maestro aveva fatto con lui, affinché la mente dello studente si liberasse da ogni desiderio di realizzazione spirituale.


Pascal Fauliot - Racconti dei saggi del Tibet

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