19 novembre 2016

Quando muore un essere eccezionale

 
Sua Santità il XVII Gyalwa Karmapa Trinley Thaye Dorje propone un insegnamento sul fatto che la morte di un essere eccezionale può essere uno dei più grandiosi insegnamenti, sulla forza e il significato del loro passaggio nel parinirvana.


Neppure un buddha può sfuggire alla morte. La nostra comprensione abituale può farci ritenere che gli esseri illuminati abbiano in qualche modo sopraffatto la morte, ma si tratterebbe di un fraintendimento di quello che significa essere un essere risvegliato. Questa idea sbagliata è in gran parte dovuta al fatto che identifichiamo e interpretiamo erroneamente la morte come la fine delle cose, una condizione di sonno da cui non possiamo svegliarci.

Nel Buddhismo ogni aspetto dell'esistenza, si tratti della nascita, della vita o della morte, viene celebrato e valorizzato in ugual modo. Come praticanti buddhisti, quindi, dedichiamo interamente i nostri corpo, parola e mente alle pratiche dell'ascolto, della contemplazione e della meditazione per riconoscere con piena consapevolezza le fasi di nascita, vita e morte come naturali e interdipendenti.

Molto spesso l'inquietudine, la confusione e il panico che proviamo hanno origine dal non comprendere che nascita, invecchiamento, malattia e morte sono le parti più naturali dell'esistenza. A causa di questa mancanza di comprensione – cioè del non accettare queste parti della vita come naturali – sorgono delle contraddizioni. Per esempio, possiamo avere così tanta paura di vivere da considerare la vita come innaturale e la morte come una fuga dalla vita; oppure, in modo simile, a volte temiamo così tanto la morte da avere una visione innaturale della vita, e quindi ci sforziamo di trovare ogni genere di mezzo per prolungare la nostra esistenza che in essenza è effimera.

Finché non iniziamo ad accettare questi fatti, l'inevitabile futuro di nascita, invecchiamento, malattia e morte, il futuro del vivere e del morire, causa un panico senza fine.

Quando il Buddha Shakyamuni (563-483 a.C.) raggiunse la condizione di completa illuminazione sotto l'Albero della Bodhi, per la prima volta nella sua vita capì che questi stadi dell'esistenza non erano spaventosi e sconvolgenti come aveva immaginato. La sua valutazione errata su nascita, vita e morte lo aveva spinto a fuggire dalla sua vita principesca, e a cercare un qualche genere di elisir inafferrabile. L'elisir che alla fine aveva scoperto consisteva semplicemente nel lasciare che le cose siano.

Questa era la pace che il Buddha stava ricercando quando rinunciò alla sua vita nel lusso. Comprese che quando le cause e le condizioni si riuniscono non c'è niente che possiamo fare per cambiare i risultati; l'unica cosa valida che possiamo fare è lasciare che le cose siano. Dopo aver conseguito l'illuminazione, pertanto, ogni aspetto della sua esistenza fu un messaggio relativo a come lasciare che le cose siano, come vivere, e come morire.

Solo perché era il Buddha non significa che si sia adeguato al nostro concetto di un essere perfetto. Ci furono occasioni nella sua vita in cui lui e il suo seguito sperimentarono fame, malattia e persino danni fisici, ma questo non turbò la sua pace o fece vacillare la sua saggezza.

Quando arrivò la fine ineludibile della sua esistenza, entrò serenamente nel passaggio della morte. Morì senza essere toccato da nessuna ansia, senza nessuna paura o panico, perché comprese che quello che stava sperimentando era il corso più naturale delle cose, e che non c'era niente che non andasse.

Penso che questo sia uno dei più grandiosi insegnamenti che possa mai esistere. Sì, uno dei più grandiosi insegnamenti si presenta quando un essere eccezionale muore. Può essere addirittura molto più forte, concentrato, diretto e semplice di tutti gli 84.000 insegnamenti del Buddha e dei tre giri della Ruota del Dharma.

La dipartita di un buddha o di un grande essere può aiutarci a realizzare che ogni cosa è impermanente. Questo insegnamento ha l'enorme forza di darci uno scossone e svegliarci dal sogno quotidiano della permanenza, da cui altrimenti è così difficile svegliarsi.

Quindi, essere presenti quando un essere eccezionale sta morendo – non corrotti dalla nostra visione consueta sul concetto della morte – fino alla sua cremazione, può essere un insegnamento di immenso valore per il nostro stesso percorso spirituale nella vita e nella morte. 
 
 
Tradotto da C.R.

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